mercoledì 18 novembre 2009

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Negli ultimi cinquecento anni almeno, il principale sviluppo delle città ricche di tutto il mondo è stato la crescita verso l'esterno, caratterizzata in genere da una densità di popolazione decrescente e dalla spinta dei ceti benestanti in una direzione e dei meno abbienti dall'altra. Questo tipo di sviluppo ha contraddistinto la Roma antica, contraddistingue Londra fin dal XVII e contraddistingue le odierne città di quasi tutti i continenti. Di fatto, quasi ogni cosa ritenuta centrale in una città è stata, in un certo momento della storia, periferica. Per questo sono scettico riguardo alla disciplina della storia delle periferie. Se applicata in modo appropriato, questo campo verrebbe a coincidere del tutto con quello della storia urbana.
L'idea che nel XXI secolo convenga impedire di colpo alle città di espandersi ulteriormente personalmente la considero abbastanza discutibile. I progetti che tentano di arginare la crescita verso l'esterno imponendo limiti allo sviluppo, dalla Londra dell'immediato dopoguerra all'odierna filosofia di quasi tutti i PSC italici, hanno prodotto molti effetti indesiderati, tra cui, in particolare, le limitazioni nella fornitura dei terreni, il costo elevato degli spostamenti e l'impatto eccessivo sulla popolazione della fascia socioeconomica più bassa.

Dal punto di vista storico, il motivo addotto per avvalorare queste misure di compattazione è sempre stato quello di creare una "migliore forma urbana"(il centro con un certo tipo di gente è più carino....) e di "proteggere le aree rurali". D'altro canto, l'adeguatezza della forma urbana è sempre stata una questione fortemente soggettiva. Ed in effetti solo da pochi anni, l'avanguardia architettonica sta iniziando a scoprire la bellezza dello sviluppo urbano incontrollato (informale).
Di sicuro non vi è alcun motivo di proteggere tanto i terreni agricoli come facciamo nel Bel Paese, in quasi tutta Europa e nell'America settentrionale. In queste regioni, quasi tutti i paesi producono cibo in eccesso, con tutte le incredibili trafile burocratiche che ciò innesca (vedi le quote latte di recente memoria o le montagne di arance distrutte nelle discariche in Sicilia), e dunque non solo questo approccio è costoso per tutti i sussidi necessari, ma i sussidi stessi hanno anche permesso ai grandi produttori agricoli dell'occidente di battere sui prezzi gli agricoltori dei paesi in via di sviluppo, arrecando danni indicibili all'economia delle zone svantaggiate del mondo.
Negli anni novanta i gruppi ambientalisti (praticamente tutti) hanno sostenuto fortemente il movimento di lotta allo sviluppo urbano "incontrollato" (informale). Alcune delle loro argomentazioni si incentravano sull'estensione delle superfici asfaltate, sul deflusso superficiale delle acque piovane e sulla biomassa, ma in cima all'elenco delle accuse c'era il problema del riscaldamento globale. Obiettivamente il riscaldamento globale sembra essere un problema degno di nota, ma il collegamento tra questo fenomeno e lo sviluppo urbano informale è straordinariamente tenue. Il problema fondamentale non consiste nelle dinamiche abitative, ma nell'uso inefficace delle vecchie tecnologie e nel ricorso eccessivo ("patologico e sospetto") ai combustibili fossili come fonte principale energetica.
Non voglio partecipare o fomentare la polemica. Voglio solo osservare la realtà da un posizione sufficientemente "distaccata" da poter constatare che quando si parla dei problemi davvero catastrofici del mondo urbano odierno, il punto essenziale è rappresentato dalla necessità dell'individuazione di fonti energetiche più pulite. E' questo il problema che assilla soprattutto il terzo di popolazione urbana mondiale che vive con meno di un dollaro al giorno e versa in condizioni igieniche che gli abitanti del mondo benestante non possono neanche immaginare. Per tirarsi fuori dall'indigenza, queste persone avranno bisogno di un aumento e non una riduzione dell'accesso all'energia; perciò la soluzione al riscaldamento globale deve passare necessariamente da un mutamento tecnologico radicale, e non nascondersi dietro alla semplice conservazione o adattamento delle dinamiche abitative e suggerendo di ritornare ad uno stile di vita preindustriale, rifiutando così anche le implicazioni della estesa connettività tecnologica che caratterizza la società contemporanea.

Mutamento tecnologico radicale. Probabilmente radicale è di troppo. Adeguare è il verbo più adatto, quindi coniugato, adeguato.
Mutamento tecnologico adeguato. Adeguato a cosa? Alle esigenze del futuro. Non del momento. Del futuro. Non è particolarmente ostico come principio. Necessita di un briciolo di conoscenza ed una sprolveratina di senso civico.
Alcune realtà urbane europee avanzate utilizzano sistemi di cogenerazione ad impianto singolo e generano dei virtuosi "network" energetici utilizzando il surplus della produzione. E così si può pensare di fare con qualsiasi fonte energetica alternativa. Se si parte da questo presupposto, non si comprende per quale motivo una forma urbana ampiamente disseminata non possa impiegare l'energia con maggiore efficienza e non possa inquinare drasticamente meno di una città ad alta densità demografica. Come accennato prima, se si vivesse in una società dove ogni insediamento dispone della possibilità di autogenerarsi l'energia che gli serve, si potrebbe soddisfare a livello locale tutto il fabbisogno energetico sfruttando l'energia eolica, solare, geotermica, solare termica, cogenerata ed in composizioni virtuose di queste. Già si fa. Non sto parlando di previsioni future. Nel mio Studio stiamo realizzando una struttura che sfrutterà l'energia elettrica prodotta da un campo fotovoltaico per azionare delle pompe di calore svedesi integrate con delle pompe di calore geotermiche, per la totale climatizzazione e produzione di acqua calda dell'edificio.
In questo modo si potrebbe disporre, tra le altre cose, di una biomassa maggiore di quella di un centro cittadino asfaltato o di un campo di grano, che è una monocoltura. Nei paesi europei di cui sopra, sono già in molti a non basarsi su una rete elettrica centralizzata. D'un tratto, grazie alle soluzioni a bassa ed alta tecnologia, non stiamo più parlando di un fenomeno marginale, ma della concreta possibilità che un elevato numero di persone non abbia più bisogno di fare affidamento sul sistema delle "grandi condutture" che si sono rese necessarie per il sostentamento delle città industriali del XIX secolo, e lasciare che vengano invece utilizzate, a costi molto più bassi, per ospedali, scuole, mezzi di trasporto ecc. In attesa della fusione nucleare controllata che è molto più vicina di quanto si creda e che servirà essenzialmente per i mezzi di trasporto. Piaccia o no.

Ho una osservazione da fare a proposito della scarsa qualità delle teorie prodotte dalla quasi totalità degli ambientalisti italici (e non) a proposito dell'argomento in questione. Questa forse potrebbe sembrare una polemica ma non lo è. Assolutamente.
Uno dei principali punti deboli delle critiche sullo sviluppo urbano informale o incontrollato, è che sono critiche che si fondano sul modello di sviluppo urbano della città ottocentesca e che mancano di qualunque curiosità riguardo agli altri modelli urbani possibili. (.ricordate?....."noi non faremo mai la metropolitana".....)Pare strano che una categoria di intellettuali che si definiscono progressisti abbiano smesso dagli anni sessanta di interessarsi al progresso. Un tempo erano interessati al modo in cui l'innovazione tecnologica avrebbe potuto plasmare il futuro; ora, tutti questi sedicenti ambientalisti, sembrano aver sviluppato un'avversione per le prospettive del futuro, per la globalizzazione, per un commercio più libero, per l'ingegneria genetica ed anche per le opzioni urbane alternative. Continuiamo a parlare della scelta tra l'automobile ed il treno, ad esempio, ma sia l'una che l'altro (così come concepiti oggi) sono ben lontani dal rappresentare il sistema ideale; chiediamoci quindi quale potrebbe essere la prossima alternativa. Non ci sono più grandi impedimenti tecnici che ci impediscono di pensare che tra venti anni non si possa entrare nel proprio ripostiglio e prendere un veicolo che utilizza con un carburante ecologico e che si può guidare in strade strettissime senza rischi in quanto servo-controllato con un piccolo computer.
E che, a seconda delle necessità, può spostarsi in aria ad un'altezza più congrua in virtù della distanza da percorrere, ed unirsi come una carovana ad altri veicoli simili, che viaggiano ad alta velocità tra una parte della città e l'altra e, quando necessita, si stacca e scende riprendendo una strada a terra per raggiungere la propria meta. In Giappone stanno studiando qualcosa di simile da applicare ai loro treni superveloci. Quasi tutti voi avete in tasca un oggettino di plastica e chip che vi può tranquillamente indicare la strada, suggerire soluzioni alternative, farvi comunicare in tempo reale con l'altro emisfero, inviare progetti quando siete in metrò fuori città, correggere bozze di lavoro, giocare con i vostri figli ecc. Una piccola evoluzione e ci potremmo far anche trasportare. Basterà, come accennato, inventare un sistema di trasporto a bassa emissione nei prossimi vent'anni. Questa è sicuramente una questione cruciale.
Ma ce n'è un'altra, non meno cruciale: la nostra società riuscirà a venire a patti con l'idea che tutto quanto ci circonda contiene un chip, considerate tutte le potenziali implicazioni Orwelliane di questa situazione? Immaginando di dare risposte affermative possiamo completare le osservazioni iniziate sopra, e stimare che per viaggiare (uno degli aspetti più importanti della contemporaneità) si useranno soprattutto veicoli privati a bassa emissione, controllati da un sistema computerizzato. Tutti noi possiederemo un taccuino biometrico in modo da controllare costantemente la nostra salute e tutti gli oggetti che ci circondano comunicheranno con altri oggetti.
Per la società questo è immancabilmente un modello che permette di consumare 24 ore al giorno e, secondo noi, questo modello determinerà un consistente accumulo di persone nei centri urbani che attrarranno gli individui con tutto quanto ha da offrire la linda città in rete. E' estremo? Un po'. Ma molto di tutto questo succede già! Mancano solo alcuni dettagli e nel frattempo che si sistemeranno, alcune di queste citate diventeranno banali convenzioni.
E probabilmente nessuno si interesserà più a chi andrà ad abitare in centro.....


MP

sabato 14 novembre 2009

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Città globali. Spazi pubblici. Situazioni globali ricorrenti. Informalizzazione.
















Due immagini: una fotografia del Central Park di New York (progettato da Olmstead) ed il modello della Ville Radieuse alla Fondazione Le Corbusier, di Le corbusier, appunto. Osservate insieme, le due immagini offrono un forte senso del tipo di spazio urbano lasciatoci in eredità dai tempi moderni. Ai designer che lavorano sullo spazio pubblico del nostro tempo esse offrono una specie di codice genetico. In entrambe il primo piano assume la forma di uno scenario naturalistico dal quale emergono, all'orizzonte le sagome degli edifici alti e dei grattacieli. E' come se gli alberi alimentassero i grattacieli - è questa un'idea neopittoresca che sfoca i confini dell'architettura e del paesaggio-. Convincente. E utile.
Mentre i modelli storici di spazio pubblico supportavano narrazioni legate alla religione o alla giustizia o alla potenza militare, questo spazio o rappresenta alcun tipo speciale di potere. La sua natura è tale che ci consente di isolarci, di evitare il contatto sociale. I più interessanti spazi pubblici creati nei decenni scorsi indagano sempre questa idea dell'individuo isolato nel mezzo di un ambiente gremito.
L'inserimento di ambienti di tal genere in qualsiasi progetto di ricostruzione urbana è un requisito assolutamente essenziale per il loro successo Allorchè nel mezzo di un contesto gremito si realizzi un luogo vuoto, un luogo senza programma, il successo dell'intera area è garantito. Naturalmente dobbiamo avere una certa dimestichezza con l'elemento "vuoto", che come sappiamo è il materiale principale che utilizza il designer. Un esempio vissuto di recente: San Sebastian in Spagna. Viene collocata in un angolo di una delle più popolari spiagge spagnole una scultura di Chillida (.......non ne possiamo più di sentirvi dire "chi è?"....è uno dei grandi scultori della nostra epoca!).
In quella parte di spiaggia non vi era praticamente nulla, ma dopo la realizzazione dell'installazione (land art....) cominciarono ad apparire nuovi edifici e nuovi modi di utilizzare la città. Il bisogno di isolamento non è una questione di gusto. E' una qualità che ora, in maggiore o minore misura, tutti inseguono. In passato cercavamo lo spazio per incontrare gli altri, oggi, con il telefono cellulare, la rete, l'accresciuta mobilità, siamo esposti a così tanti contatti sociali che il bisogno di tranquillità diventa preminente.
Questo è una di quelle situazioni globali ricorrenti a cui ci siano riferiti nelle riflessioni fatte fin precedenza.

Un tempo lo spazio pubblico rivestiva un altro ruolo: era luogo di rappresentanza politica. Ma nel momento in cui hanno scoperto la televisione i politici hanno abbandonato completamente lo spazio pubblico. Giustamente. Alla degenerazione dell'idea storica di spazio pubblico ha contribuito anche la comparsa di ambienti ibridi (....non luoghi?) quali i centri e le gallerie commerciali, spazi chiusi ad alcuni segmenti sociali, anche se esistono catene di supermercati di indirizzo economico che, per certi versi, li sostituiscono. Ma sempre in quella direzione andiamo. Pensiamo che gli spazi introspettivi siano sempre di più gli unici ambienti che riescono a comunicare un senso di verità, di semplicità naturale (dal Tao e lungi dall'essere un concetto semplice) alla nostra società.
Possiamo dire che il ruolo rappresentativo dello spazio pubblico si è spostato da un ideale collettivo ad un ideale individuale. E non stiamo parlando di progettare pensando una nuova tipologia di piazza. Stiamo semplicemente parlando di non progettarne più. Infatti, se ci fate caso, la grande maggioranza dei concorsi di architettura nel nostro paese riguarda la "reinvenzione" di piazze esistenti scivolate nell'oblio. E questo, ma è un pensiero mio, lo considero un peccato. Infatti frequentemente le ragioni dell'oblio sono legate a scelte di vincolo e normative che ne hanno impedito il fisiologico adattamento alle nuove condizioni al contorno. E così il cerchio si chiude.
Una coniugazione interessante che ci piace dare a questa evoluzione e che ne continua, in parte, la memoria collettiva (per buona pace di alcuni..), è l'applicazione di una tipica ideologia globale, quella della realizzazione di spazi pubblici secondo principi (virtuosi) di sostenibilità. Esistono molti modi di interpretare il concetto di memoria. Alcuni, i più banali, si sono diffusi come le erbe infestanti nel bel prato all'inglese della cultura di massa, con risultati imbarazzanti. Altri, come quello accennato, un po' più frizzanti e portatori di quella necessaria capacità relazionale che ogni progetto contemporaneo deve possedere per avere un minimo di espressività e di senso.
Ma non allontaniamoci troppo. Oggi si voleva parlare di spazi pubblici.


MP



venerdì 13 novembre 2009

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E' complessa la realtà contemporanea? Mha, forse. Di sicuro è incomprensibile ad una persona superficiale.
Ed è inquietante per chi superficiale non lo è..............e questo è bello. E' vivo. Faticoso. Ci piace.

Oggi un numero sempre crescente di di spazi urbani è inserito all'interno del sistema globale e digitale. Un caso esemplare per definizione è quello del centro finanziario, che è collegato molto di più con i mercati finanziari globali che con l'economia della città o del paese in cui ha sede. Su una scala molto diversa, ma percorrendo la stessa strada, non passerà molto tempo prima che un gran numero di residenti urbani cominci a percepire la sfera "locale" come una specie di microambiente con portata globale; siamo certi di questo anche se sussistono molti bizzarri ostacoli al naturale fluire delle cose, specialmente nel "bel paese". Questo sviluppo coinvolgerà tutti, anche attori poveri e persino marginali. Questo risultato, questo particolare "effetto" potrà essere di beneficio per lo spazio urbano (se ci pensate bene, anche se in scala ridotta, già è così) in quanto almeno una parte di ciò che continuiamo a rappresentare e a vivere come qualcosa di locale - che ne so...........un edificio, l'amata piazza (....mamma mia la piazza!), un nucleo famigliare, un'organizzazione culturale che abbiamo fondato con degli amici nel quartiere, ecc - avrà una sua collocazione non soltanto nel luogo concreto in cui lo vediamo, ma anche sulle reti digitali che si espandono su tutto il globo. Un crescente numero di entità ubicate nelle città globali si sta collegando con altre entità analoghe in città vicine e lontane. Questo vuol dire luoghi contaminati.

Che cosa significa per una città contenere una proliferazione di questi uffici, di queste famiglie o di queste organizzazioni orientate verso la dimensione globale eppure molto localizzate, radicate? E qual'è il significato del "contesto" in tali condizioni? Il centro finanziario di una città globale, o la sede degli attivisti per i diritti dell'uomo non sono orientati verso ciò che li circonda fisicamente, ma verso prospettive globali, mondiali in senso letterale. Nella sua versione più estrema. la città diventa uno straordinario amalgama di molteplici frammenti colorati, posizionati su diversi circuiti transurbani. Poichè le Città e le Regioni urbane vengono sempre di più attraversate da circuiti non locali, inclusi quelli globali (ma non solo), molto di ciò che percepiamo come locale in quanto "situato nel nostro luogo, nel luogo che conosciamo" non è necessariamente tale nel senso tradizionale del termine.
Ciò da vita a un particolare insieme di interazioni nel rapporto della città con la sua topografia urbana. La nuova spazialità urbana così prodotta è parziale in un modo doppio:
a) rende conto soltanto in parte di ciò che accade nelle città e di ciò che, diciamo così, riguarda alla città;
b) abita soltanto parte di quello che potremmo considerare lo spazio della città, sia che si concepisca quest'ultimo come ambito amministrativo della città stessa, sia che lo si intenda nel senso dei vari tipi di "immaginario" presenti nei diversi settori della popolazione cittadina( ricordate la folla festosa quando il neoeletto sindaco dichiarò che " qui non si farà mai nessuna metropolitana...", ecco stiamo parlando di quegli immaginari collettivi..)
Se però pensiamo che lo spazio sia produttivo e che renda possibili nuove configurazioni, allora questi sviluppi doppi e parziali segnalano una meravigliosa molteplicità di possibilità. Questa idea ci porta ad una osservazione. Potrebbe essere che proprio ciò che manca (.......l'hub di transportation che origina il workshop ad esempio...) nella topografia urbana si riveli fonte di un nuovotipo di potenziale "intercittà"? In un'epoca nella quale un sempre maggiore numero di persone, di opportunità economiche, di problemi sociali, di opzioni politiche si concentra nelle città, per avere un'idea sia pur vaga di cosa è la realtà che ci circonda dobbiamo indagare in quale modo i governi urbani possano operare internazionalmente al fine di promuovere una sorta di governo globale. E per fare questo in modo minimamente sensato si deve ipotizzare che le città, o più precisamente reti internazionali di città, dovranno contribuire al lavoro del governo globale e farlo in modo attivo, senza stravolgimenti di tipo burocratico o politico, ma seguendo in modo fisiologico lo sviluppo dell'esigenza primaria della nostra epoca che è la comunicazione delle informazioni. Questo deve avvenire per almeno due ragioni:
1) la prima riguarda il fatto che nelle città troviamo concentrata una crescente parte di quasi tutte le componenti fondamentali delle nostre architetture politiche e sociali, fra cui importanti componenti organizzative dell'economia globale.
2) la seconda ragione è che la maggior parte delle principali dinamiche globali attraversa le città, in alcuni casi soltanto temporaneamente, in altri casi in modi e usi più durevoli.
Le grandi aziende globali hanno ancora bisogno delle imponenti concentrazioni di risorse specializzate ed ultramoderne che soltanto la città può riunire e, come sappiamo ora, anche le reti del terrorismo globale organizzato necessitano di varie risorse, fra cui una è l'anonimia che la città può offrire. Comunque, per non turbare i più delicati, nella città contemporanea e nella sua più prossima evoluzione, queste dinamiche tendono a raggrupparsi in modi che non sono possibili in altro tipo di luogo. Ciò rende la città un sito, meglio un luogo, enormemente concreto e, a sua volta, rende concreti e più leggibili molti di tali processi globali. Immaginate allora una rete di città con queste caratteristiche. Capite subito che queste condizioni possono agevolare molto il lavoro di un governo globale. Anzi, probabilmente è l'unico modo che c'è per gestirle in modo adeguato.

Ma c'è un più ampio paesaggio entro il quale possiamo comprendere la possibilità delle città di contribuire al governo globale. Storicamente le città sono state il luogo di molte delle nostre migliori innovazioni politiche (il "belpaese" ha una storia invidiata in merito a ciò che ognuno di voi conosce perfettamente), fra cui gli ideali civici e la cittadinanza (concetto poi molto esteso). Ora noi stiamo vivendo una fase di transizioni che ecessariamente richiederanno un rinnovamento del senso di ciò che dovrà essere politico, di più, direi che necessita una evoluzione della sfera d'azione della politica e del concetto di cittadinanza. Il sistema politico formale è sempre meno capace di affrontare le problematiche che stanno diventando sempre più quelle fondamentali che ci troviamo a vivere quotidianamente; tra queste problematiche le più importanti sono quelle che abbiamo discusso nei paragrafi precedenti e che riguardano il potere e la globalità dei principali attori economici, universo in grande fermento e costante evoluzione (non state a sentire i politici nostrani, per cortesia..). Molte di queste sfide - o almeno una parte consistente della loro traiettoria - avviengono nelle città. I residenti e le autorità urbane dovrebbero partecipare allo sforzo necessario per far fronte alle sfide di governo che insorgono in questo, ebbene si!, nuovo contesto sociale globale. Attenzione: molto di ciò che riteniamo e definiamo globale, si materializza di fatto nelle città e nelle geografie "intercittà" prodotte dalla globalizzazione economica, culturale e politica. Dovete riconoscerlo ed imparare a consideralo materiale utile al designer.
I molteplici circuiti specializzati che costituiscono queste "geografie intercittà", sono in realtà i ritrovi della poltica "intercittà". Non si tratta di un "ONU delle città", si tratta invece di far scendere il globale al livello del suo momento urbano concreto e di riconoscere in quale misura le specifiche sfide di una città possano essere presenti in alcune o molte delle altre città. Queste sfide coprono una gamma sempre più ampia di problematiche economiche, culturali e politiche e persino alcuni tipi di violenza armata che pensavamo possibili solo su campi di battaglia formali! I residenti e le autorità delle città sono abituati ad affrontare situazioni concrete.

Il ricorrere, il ripresentarsi sempre più frequente, di particolari situazioni globali in alcune (ma sempre in numero maggiore) città, fornisce una piattaforma incorporata per una gestione transfrontaliera di tali situazioni globali. Sia chiaro: la maggior parte di ciò che la città deve affrontare rimarrà un problema "domestico". Tuttavia, nelle città sta approdando un numero sempre crescente di quelle che abbiamo chiamato "situazioni globali"; sono queste evenienze che una gestione "intercittà" può aiutare a governare. "Intercittà" diventa un sistema operativo tipo linux, adeguato a tutte le piattaforme e con incredibili potenzialità per ogni coniugazione che se ne fa. Ciò non significa che sia necessario sostituire il governo nazionale e sopranazionale (cerchiamo di capirci...non significa buttare il pc...anche se io lo consiglio), ma significa cogliere le particolari situazioni urbane che hanno un ruolo sempre più rilevante nelle dinamiche del nostro tempo. E le situazioni urbane non sono più legate al "campanile". Voi dovete capirlo. Non c'è niente di drammatico o di pauroso. E' così e basta.
E' molto peggio averne paura e cercare di "trattenerlo" o "controllarlo". Come facevano i cinesi nell'antichità, che per non perdere le donne del gruppo gli fasciavano i piedi in modo che non si sviluppassero normalmente e loro non potessero scappare. Il risultato era ottenuto a discapito di uno storpio creato. Se non lasciamo che la globalizzazione contamini in modo spontaneo le nostre vite, lasciandone il controllo ai naturali anticorpi, non otterremo delle città migliori, ma solo deformi. Ad un importante meeting un assessore mi disse"......ma cosa vuole arch. la gente nella nostra città è fatta così, non vuole edifici alti! E noi non facciamo costruire edifici alti........"
Va bè.....

MP

martedì 10 novembre 2009

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La condizione urbana contemporanea ha una peculiarità: quella di essere carica di sfide.
E le sfide ci piacciono. Se consideriamo poi che è una condizione, diciamo così, "lievemente sregolata", allora le sfide ci piacciono ancora di più.

Pensiamo un attimo, ad esempio, ad un aspetto di fondamentale importanza, sia in passato sia oggi, della situazione urbana (Leon Battista Alberti docet): la giustapposizione, la "convivenza", di dimensioni molto grandi con numerosissimi spazi interstiziali. Le città su cui ci stiamo concentrando e le loro sempre più emergenti geografie "intercity" (cioè di progressiva fusione sia fisica che virtuale; sia per tempi lenti sia per tempi veloci, richiamandoci a quanto scritto precedentemente), sono spazi con strutture imponenti, mercati imponenti e, in generale, capacità creative ed economiche imponenti. Potremmo chiederci quali scelte, questi tipi di spazio urbano, possano mai offrire a designer, urban planner ed architetti in modo che esse riescano, originalmente e sensatamente, a far esprimere gli interessi, le ambizioni i sogni di chi vive quegli spazi. Il problema, nel caso in questione, non riguarda tanto i pochi designer, eccezionali o fortunati, che conquistano il palcoscenico globale nel loro campo specifico; riguarda, piuttosto, un più diffuso paesaggio urbano. Un paesaggio caratterizzato da opportunità di "fare" entro spazi urbani dominati da strutture imponenti ed attori dotati di molto potere. Non è al design, al progetto in sè che pensiamo, ma alla più ampia economia politica del design all'interno delle città che fanno parte di queste nuove geografie globali, impostate su un'organizzazione analoga a quella della rete. Che cosa è allora questo paesaggio al cui interno il designer (in tutte le coniugazioni) deve oggi operare?
Vi sono chiaramente diversi modi di postulare le sfide che l'architettura e la progettazione urbanistica si trovano ad affrontare sul piano sia della teoria sia della pratica. Riconosciamo che la scelta di dare risalto all'importanza della città globale per l'architettura definisce un problema che non è solo congetturale, ma che, inevitabilmente, è anche parziale. Ma noi crediamo che la società percorrerà questa strada evolutiva.

Una delle conseguenze prodotte dai modelli sopra descritti è l'ascendente, in parte oggettivo e forse soprattutto soggettivo, del processo e del lusso sulla fissità e sul luogo. Le velocità crescenti fanno sì che una sempre più ampia gamma di esperienza urbane sia una realtà di flussi piuttosto che di cose, nonostante la grande quantità di materialità che ci circonda. Ma non lasciatevi confondere. Non lasciamoci confondere. Uno degli obiettivi di CONNECTION è quello di "smascherare" la realtà della globalizzazione e della digitalizzazione della Vita da parte di un'umanità sempre più dotata di capacità tecnologiche di sopravvivenza ma, altresì, sempre più distratta da queste. Ci interessa (ri-)trovare la fissità e la materialità sottese a una gran parte del globale e del digitale, offuscate dalla convinzione dominante che tutto sia diventato flusso. E, di conseguenza, dare un volto sano e fisiologico al concetto stesso di flusso, così importante per capire chi siamo e cosa stiamo facendo.
Noi sappiamo che la globalizzazione delle attività e dei flussi dipende, in buona misura, da una vasta rete di luoghi, costituiti soprattutto dalle città globali. Tali siti hanno al loro interno molti tipi di risorse fisse (e di risorse mobili). Le cose e la materialità sono fondamentali per la digitalizzazione e la globalizzazione, ed i luoghi sono importantissimi per i flussi globali. Queste città, nel momento stesso in cui proliferano i progetti imponenti, racchiudono comunque moltissimi spazi sottoutilizzati, spesso caratterizzati più dalla memoria che da un significato attuale. Gli spazi fanno parte dell'interiorità della città e, tuttavia, rimangono esterni ai suoi schemi spaziali ed alla sua logica organizzante basata sul principio dell'utilità. Si tratta di "terrains vagues", che consentono a molti residenti di collegarsi alle città in rapida trasformazione nelle quali vivono e di bypassare soggettivamente le imponenti infrastrutture che, in tali città, hanno finito con il sovrastare un numero sempre crescente di spazi. Buttarsi su questi terrains vagues per massimizzare lo sviluppo della proprietà immobiliare è, secondo noi, un errore. Non per avversioni convenzionali o politiche nei confronti della imprenditoria. Anzi.
L'idea è che mantenere parte di questa apertura potrebbe avere più senso in termini di fattorizzazione delle opzioni future, in un momento in cui le logiche dell'utilità cambiano con tanta rapidità e spesso con violenza (vedi la crisi economica mondiale attuale e l'eccesso di grattacieli occupati da uffici vuoti).

Ciò apre un dilemma rilevante sull'attuale situazione urbana e lo apre in modi ed attraverso concetti che la portano al di là delle nozioni più trasparenti di architettura sostenibile, high tec, di spazi virtuali, simulacri, parchi a tema ecc. Sia chiaro, tutti questi sono temi importanti, ma vorrei che voi capiste bene che sono comunque solo frammenti di un puzzle incompleto. C'è un tipo di situazione urbana che abita tra la realtà delle strutture "imponenti", chiamiamole così, e la realtà dei luoghi semi-abbandonati; è quel "tipo" di situazione urbana che moltissimi di voi conoscono bene in quanto frequentatori assidui della linea ferroviaria Rimini - Bologna - Milano oppure della Bologna - Padova . Venezia, e si divertono a guardare fuori dal finestrino. Noi crediamo che questo "paesaggio" sia centrale nell'esperienza dello spazio urbano contemporaneo, che sia dotato di una eccitante qualità intrinseca che definirei "sfuggente" e che renda leggibili ( e predisponga) le transizioni e gli stravolgimenti di specifiche configurazioni spazio-temporali che semplicemente non servono più e devono essere sostituite; ad alcune di queste abbiamo accennato alcune pagine indietro.

L'aspetto di questa realtà che più ci interessa, al quale il workshop CONNECTION vorrebbe dare un volto più riconoscibile, è il lavoro necessario a catturare questa "qualità sfuggente" che le città producono e rendono leggibile.
E' un lavoro non facilmente attuabile con mezzi convenzionali. Innanzitutto perchè le logiche dell'utilità non servono.
Le ragioni della trasformazione in atto non sono legate a concetti di aumento del reddito bensì a concetti di qualità della Vita.
Quindi più capacità di interpretare le emozioni, la fisica e la biologia che la "ragion pura", per intenderci.
Ed è per questo motivo che abbiamo sempre cercato di suggerirvi il carattere artistico delle professioni in gioco (designer di architettura, urbano ecc.), in quanto crediamo che non si possa fare a meno di pensare che sarà proprio la componente artistica del processo creativo a fornire le risposte più interessanti ed utili a comprendere il "quesito" implicito di "qualità sfuggente" a cui facciamo riferimento, ed a evidenziarne i toni ed i caratteri più dinamici e morfogenetici.
Saranno pubbliche performance, installazioni site-specific, nuovi esempi di "scultura-pubblica"riferite alla comunità locale oppure opere relazionali collegate a fenomeni di nomadismo ecc. che vedremo nel futuro delle nostre città, organizzate e strutturate secondo schematizzazioni urbanistiche "morbide" ed adattabili, con molti gradi di libertà per effetto delle quali la "qualità sfuggente" dei luoghi "cuscinetto", presenti nella nostra realtà tra quelli semi-abbandonati e quelli "imponenti", assumerà un volto, un corpo ed un'anima.
Naturalmente, va da sè, le pratiche architettoniche e urbanistiche, si collocano anch'esse in spazi improbabili. Vi è una straordinaria varietà di spazi con queste caratteristiche. Un esempio è quello delle intersezioni di molteplici reti di trasporto e di comunicazione, nelle quali ad occhio nudo o secondo criteri "ingegneristici" non si scorge nessuna forma e nessuna possibilità di forma, e si scorgono solo pure infrastrutture ed il loro uso necessario. Un altro esempio sono quegli spazii in cui è indispensabile un grande sforzo per riuscire a intravedere possibili architetture future, in quanto ora c'è (semplicemente!) un silenzio formale, una non-esistenza, uno spazio, quindi, che ha grandi affinità con il "terrain vague". M raccomando, non sto parlando di un ambiente grandioso che diventa magnifico per le vaste proporzioni del suo degrado, come può accadere nel caso di un vecchio porto industriale in disuso. No, sto parlando di paesaggi "troppo lenti" per essere visti. In aggiunta alle altre forme di lavoro che essi rappresentano, l'architettura ed il design urbano possono funzionare come importanti pratiche artistiche che, spingendosi ben oltre ciò che viene rappresentato da concetti quali il theme-parking o gli approcci ad una sostenibilità politica della città, ci consentono di catturare qualcosa di questa elusiva ed intrigante qualità urbana.

Abbiamo già indagato insieme, durante le attività svolte nel Corso, quali sono gli elementi che possono "accettare" di essere analizzati con innovativo spirito critico al fine di proporre interessanti spunti di riflessione. Sicuramente uno di questi è lo spazio pubblico. Perdiamoci qualche istante.
La creazione e l'ubicazione (mi raccomando cercate di capire e ricordare che queste due condizioni viaggiano sempre insieme!) dello spazio pubblico è una delle lenti con cui è possibile penetrare in questi tipi di problematiche. In questo momento storico stiamo vivendo una piacevolissima crisi dello spazio pubblico, derivante dalla sua commercializzazione, privatizzazione, theme-parking ed incongruente disponibilità delle pubbliche amministrazioni a non considerarne l'inutilità in caso di applicazioni "cerotto".
I grandiosi spazi "statali" monumentalizzati, soprattutto in quelle che un tempo sono state città riferimento per grandi e piccoli imperi (di cu l'Italia è un caso straordinario ed unico di diffusione - dalle città/repubbliche agli stati feudali, agli attuali Comuni ecc.) dominano la nostra esperienza dello spazio pubblico. Non viene quasi mai sottolineato che è l'uso particolare che ne viene fatto che li rende tali.
Pubblici appunto. Ma che dire della effettiva "creazione" di nuovi spazi pubblici nelle nostre città complesse, sia mediante interventi architettonici sia mediante pratiche d'uso degli utilizzatori?
Lo spazio accessibile al pubblico è una risorsa importantissima e tale spazio ci è necessario in quantità sempre maggiore.
Ma, per cortesia, non assecondiamo la troppo numerosa pletora di Assessori e di Sedicenti "esperti tecnici" delle nostre amministrazioni pubbliche i quali non fanno altro che confondere quotidianamente il concetto di spazio accessibile al pubblico con quello di pazio pubblico! Infatti - ricorderete quante volte ne abbiamo accennato - quest'ultimo, per essere tale, ha bisogno di essere creato mediante le pratiche d'uso e le soggettività complesse degli individui; è attraverso il manifestarsi delle loro pratiche che gli utilizzatori dello spazio finiscono col creare i vari tipi di "dimensione pubblica". Ed ecco quindi che ritorna con grande forza l'importanza di "saper leggere" la realtà in modi accurati ed approfonditi, cioè quelli che dovranno permettere al designer di cogliere il senso profondo del nuovo "fare" (dei nuovi "fare") attuati dagli individui attraverso pratiche informali in economie sempre più informali e con tutte le loro complesse interazioni.

Un secondo elemento che ci interessa analizzare è il cosiddetto "carattere politico" della città contemporanea. Infatti, un aspetto importante della "grande città complessa", soprattutto se globale, soprattutto se vivace, se articolata e disponibile a crescere, è il suo essere una specie di nuova "zona di frontiera" nella quale converge un'enorme mescolanza di persone. In queste condizioni, in città di questo genere coloro che non hanno potere, coloro che partono da condizioni svantaggiate, gli estranei o le minoranze discriminate, possono conquistare una presenza , una presenza di fronte al potere, una presenza "dell'uno di fronte all'altro". Ciò segnala, in particolare, un possibile nuovo tipo di politica, incentrata attorno a nuovi tipi di attori politici. Non si tratta solamente di avere o non avere potere; con queste nuove condizioni al contorno ci sono nuove basi ibride di cui tenere conto nel proprio agire, ed anche settori altrimenti statici per tradizione culturale, subiscono trasformazioni sia d'uso che teoriche impensabili solo cinquanta anni fa (ad es. le nuove teorie economiche di Amartya Sen , per il quale lo sviluppo economico non coincide più con un aumento del reddito ma con un aumento della qualità della vita. Ed è proprio l'attenzione posta sulla qualità, più che sulla uantità, a caratterizzare gli studi di questo economista ed a portarlo al Nobel x l'economia del '98).
L'ambito della città è uno spazio molto più concreto per la politica di quanto lo sia la nazione; diviene un luogo nel quale gli attori politici NON FORMALI possono partecipare alla scena in un modo che risulterebbe impensabile a livello nazionale. La politica nazionale ha bisogno di passare per i sistemi formali esistenti, quali il sistema politico elettorale o quello giudiziario; gli attori politici non formali sono resi invisibili nello spazio della politica nazionale. Le città, al contrario, possono ospitare una vasta gamma di attività politiche. Gran parte delle dimostrazioni, delle rimostranze, delle politiche culturali e identitarie, sono visibili nella strada; molta politica urbana è concreta, è inscenata dalla gente più che dipendere dalle poderose tecnologie dei media.
La grande città di oggi, soprattutto la città globale, emerge come sito strategico per questi nuovi tipi di operazioni. E' un sito strategico per il capitale globale delle grandi aziende, ma è anche uno dei siti in cui nascono ed assumono forme concrete nuove esigenze e rivendicazioni attuate da attori politici informali.

Un terzo elemento riguarda il rapporto di queste città con le caratteristiche rappresentazioni topografiche urbane di cui continuiamo a servirci. Se ci pensate bene, i tipi di aree di sviluppo urbano a cui abbiamo fatto riferimento quando parlavamo di "terrain vague" e della loro "qualità sfuggente", possono essere catturati solo in parte con le tradizionali rappresentazioni topografiche e grafiche in generale, delle città. Questo non è un problema nuovissimo, ma si è accentuato a conseguenza delle condizioni di vita attuali. Così, se una descrizione grafica classica, può rendere visibile il momento globale allorchè esso si materializza nello spazio urbano, tale descrizione mette in ombra le sottostanti connessioni tra lo spazio globalizzato e le economie informali di cui abbiamo parlato più sopra.
Le comunità di immigrati e le sempre più ampie township, che sono uno dei siti delle nuove economie informali collegate all'economia globale avanzata, verrebbero rappresentate (quando rappresentate) come una presenza marginale rispetto al tutto. In secondo luogo le descrizioni grafiche classiche non catturano assolutamente la veloce moltiplicazione delle geografie "intercittà" che collegano spazi specifici delle città quali le reti di centri finanziari o le reti di centinaia di filiali di aziende globali o le infrastrutture specializzate che congiungono alcune migliaia di edifici sparsi in tutto il mondo. Nè tali descrizioni grafiche catturano la città informale come sito delle imprese e delle famiglie transnazionali o delle nuove e sempre mutevoli reti di artisti e di aziende dei nuovi media. Nè tali descrizioni grafiche classiche sono in grado di catturare le "migrazioni" quotidiane dei soggetti che praticano attività informali legate alle comunicazioni o all'informazione i quali, in modo sistematico, modificano sostanzialmente al percezione del paesaggio e di quel senso di qualità della vita all'interno della città che andiamo cercando.

CONNECTION cercherà, attraverso idee, vostre idee, di individuare nuovi possibili "descrizioni" delle città da utilizzare per capirle meglio e cercherà di evidenziare cosa sarà necessario sapere e conoscere per viverle con maggior consapevolezza e qualità.
Sia pur sfuggente......

MP

venerdì 6 novembre 2009

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La domanda di merci e di servizi prodotti o distribuiti in modo informale nelle città globali della nostra epoca ha svariate origini e molteplici caratteristiche.
Essa può nascere nell'ambito dell'economia formale generata dalle aziende o dai consumatori finali.
La maggior parte del lavoro informale nel campo dell'abbigliamento, della produzione di mobili, dell'edilizia, dell'imballaggio e spedizione e delle industrie elettroniche è di questo tipo.
Una seconda causa è la domanda proveniente dall'interno delle comunità in cui hanno luogo molte delle attività informali, anche se non tutte in assoluto. Le comunità di immigrati sono uno degli esempi più significativi e sono probabilmente alla base di gran parte di questo secondo tipo di domanda. Infine, un genere alquanto diverso di economia informale nasce dalla concentrazione di artisti e di professionisti, forse soprattutto professionisti urbani, collegati ai nuovi media tecnologici, nei tipi di città su cui stiamo concentrando la nostra attenzione oggetto da manipolare per/e nel workshop di dicembre.

Ci sono diversità nei tipi di lavoro presenti nell'economia informale. Molti sono lavori non specializzati che non offrono opportunità di formazione e comportano compiti ripetitivi. Alcuni tipi di lavoro richiedono alta specializzazione oppure l'acquisizione di una determinata competenza. L'aumento dell'informalizzazione nelle industrie delle costruzioni e dei mobili su misura, può essere visto come la causa che ha prodotto una riqualificazione della forza lavoro a differenza della più standardizzata e spesso prefabbricata edilizia abitativa delle aree suburbane. Alcuni lavori danno retribuzioni estremamente basse, altri retribuzioni medie, mentre si è osservato che altri ancora offrono compensi alquanto buoni, soprattutto nell'economia informale creativa di tipo professionistico. In tutta questa gamma sembra comunque esservi un risparmio per datori di lavoro ed appaltatori rispetto ai compensi che dovrebbero pagare nel mercato "formale".
Possiamo anche classificare diversi tipi di ubicazione nell'organizzazione spaziale dell'economia informale. Una sono le comunità di immigrati, ubicazione chiave per attività informali che soddisfano la domanda sia interna sia esterna di beni e di servizi. Una seconda ubicazione important sono le aree nelle quali si sta attuando un fenomeno di gentrification; queste aree hanno al loro interno un ampio assortimento di attività informali che operano nel campo del restauro, della trasformazione e delle nuove costruzioni di piccole dimensioni. Questo è anche lo spazio in cui può esservi gran parte dell'economia informale di tipo creativo. Una terza ubicazione è costituita dalle aree informali di servizi in ambito industriale e manifatturiero che servono il mercato a livello di città.

Lo specifico insieme di processi integrati e medianti che alla fine favoriscono le nuove economie informali è costituito da:
a) l'aumentata disparità dei guadagni e dall'annessa ristrutturazione del consumo in gruppi ad alto reddito ed in gruppi a basso reddito;
b) dall'aumentata disparità delle capacità di realizzare profitti tra differenti tipi di aziende;
c) dall'incapacità di molti fornitori di beni e servizi richiesti dalle famiglie ad alto reddito e dalle aziende ad alti profitti, di continuare ad operare in città globali nelle quali i settori predominanti hanno notevolmente elevato i prezzi per spazi commerciali, manodopera, servizi ausiliari ed altre necessità aziendali essenziali.
L'informalizzazione di una parte di queste operazioni si è rivelata uno dei più importanti modi grazie ai quali questi fornitori hanno potuto continuare ad operare in tali città e soddisfare la domanda reale, spesso in crescita, dei loro beni e servizi. E' dunque la combinazione di una crescente disparità di guadagni e delle capacità di realizzare profitti, presente in vari settori dell'economia urbana che ha favorito l'informalizzazione di una sempre più ampia gamma di attività economiche. Queste sono situazioni che permettono l'integrazione di queste nuove attività nell'attuale fase di capitalismo avanzato, quale esso si concretizza nelle città principali, dominate dal nuovo complesso di servizi avanzati, tipicamente destinati ai mercati mondiali e caratterizzati da capacità di profitto estremamente alte. Attenzione però: non sono situazioni importate, attraverso l'immigrazione, da paesi meno sviluppati. E' un processo virtuoso insito all'interno di una struttura economica consolidata.
Anche l'emergente economia informale di tipo creativo è coinvolta in queste disuguaglianze spazio-economiche, sebbene i suoi contenuti ed i suoi progetti siano radicalmente differenti da quelli delle economie informali orientate al campo della manifattura e dei servizi. Berlino, con la sua grande concentrazione di artisti, designer, operatori dei nuovi media e moltissimi spazi recentemente sgomberati e senza proprietario è probabilmente l'esempio più straordinario della miscela di dinamiche in atto nell'economia informale creativa.

Ad un livello più astratto, vi sono altri tre aspetti, secondo noi, dell'informalità che emergono con evidenza nelle principali città della nostra epoca.
Il primo aspetto mostra che l'informalizzazione delle attività di produzione e di distribuzione è un modo di incorporazione nell'economia urbana avanzata.
Il secondo aspetto evidenzia che l'informalizzazione del lavoro creativo è uno degli aspetti più imprenditoriali dell'economia urbana, l'odierno esempio della molto elogiata creatività economica resa possibile dalle città.
Il terzo aspetto ci fa vedere che l'informalizzazione è l'equivalente a basso costo di ciò che all'apice del sistema è stato definito com "deregolamentazione"; tuttavia, mentre la deregolamentazione della finanza, delle telecomunicazioni e di altri settori importanti è stata costosa ed altamente formalizzata, nelle economie informali di oggi il costo è stato assorbito dagli stessi attori.

Un osservatore attento non può mancare di riconoscere queste evoluzioni all'interno della società in cui è immerso.
Sono evoluzioni complesse, guarda caso, e come tali necessitano di un approccio senza prevenzioni e il più possibile scientifico. In questo caso la scienza a cui ci affidiamo è una branca dell'economia avanzata che costruisce le proprie teorie in stretta sinergia con altre discipline quali l'urbanistica, l'architettura, l'antropologia, la filosofia. Ed esempio confrontabile sono i premi Nobel di quest'anno, gli studiosi americani Elino Ostrom ed Oliver E. Williamson, premiati per i loro innovativi e straordinari studi sulla governance economica. Che è ciò di cui stiamo parlando in queste righe.

Per riassumere, infine, possiamo dire che il nuovo nucleo urbano racchiude al suo interno una mescolanza di aziende, lavoratori e spazi economici ben più ampia di quella abitualmente riconosciuta. Ed è fondamentale per chi vuole affrontare il tema della città contemporanea averne dimestichezza in quanto questo è il principale elemento produttore di esigenze spaziali, il "materiale" al quale lavora il designer urbano. Possiamo, inoltre, identificare in modo significativo un problema politicamente e filosoficamente troppo spesso mal posto e cioè affermare che una parte delle comunità di immigrati presenti nelle città del nord globale ed una parte delle township esistenti nelle città de sud globale, sono anch'esse componenti della nuova economia urbana avanzata, ma che considerarle effettivamente tali è demagogico e populista. Inoltre è sì vero che Il complesso delle grandi aziende trasuda techne, precisione, potere e, perciò, riesce fin troppo facile considerarlo parte dell'economia urbana avanzata.
Ma non è affatto il solo insieme a contrassegnare la specificità delle città globali del nostro tempo.

MP

martedì 3 novembre 2009

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L'ascendente esercitato dall'economia specializzata, governata dai servizi, soprattutto dal nuovo complesso della finanza e dei servizi, e, in certa misura, dal settore culturale, ha in se gli elementi per dar vita ad un nuovo regime economico urbano, poichè, sebbene questo settore sia responsabile soltanto di una parte dell'economia di una città, esso si impone sulla totalità. Questa specie di "pressione" esercitata dal comparto economico in questione, spinge verso un tipo di polarizzazione spazio-economica che va ben oltre le vecchie forme di diseguaglianza che hanno sempre contrassegnato la città.
In questo nuovo scenario risulta fondamentale il fatto che i settori principali possono produrre superprofitti per le aziende e superredditi per i lavoratori di alta fascia. La possibilità di super profitti nei settori principali contribuisce alla svalutazione di settori urbani che non sono in grado di produrli, quantunque la città possa avere un grande bisogno dei loro prodotti e servizi. La crescente domanda di quartieri ultramoderni x il terziario avanzato e di spazi per una vita urbana di lusso, causa lo spostamento di aziende con bassi profitti e di famiglie con basso reddito.
Spesso i settori più modesti del ceto medio lasciano la città, così come la lasciano le aziende che non hanno bisogno di essere presenti in città. Le persone povere, fra cui un numero rilevante di donne e bambini, si trasformano facilmente in senzatetto. Le aziende con bassi profitti che hanno l'esigenza di rimanere in città lottano per la sopravvivenza e molte chiudono i battenti o informalizzano parte della loro produzione.

In conseguenza dei prezzi alti e degli elevati livelli di profitto nell'ambito del settore "globalizzato" (la digitalizzazione del mondo è arrivata ad una diffusione tale da sopravanzare qualsiasi teoria) e delle sue attività complementari ( solo a titolo di esempio : alberghi e ristoranti di gran lusso), gli altri settori incontrano una crescente difficoltà nel competere per spazio ed investimenti. Molti di questi settori hanno conosciuto notevoli retrocessioni e/o spostamenti: per esempio i negozi di quartiere adatti a soddisfare le esigenze locali sono stati sostituiti da boutique e ristoranti che mirano ad accontentare le nuove elite urbane ad alto reddito. Il peso della competenza nell'organizzazione economica ha, da parte sua, concorso ad un nuovo apprezzamento di servizi specializzati e di lavoratori professionisti. Ha anche contribuito a far "bollare" molti altri tipi di lavoratori e di attività economiche come non necessari o non pertinenti all'economia avanzata. E' in questa mescolanza di situazioni ch vanno ricercate le cause principali dell'INFORMALIZZAZIONE del lavoro; sia del lavoro "informale" a bassa retribuzione sia del lavoro "informale" creativo a livello professionistico. La rapida crescita delle industrie con forti concentrazioni di posti di lavoro ad alta e bassa retribuzione ha assunto forme ben precise nella struttura del consumo, la quale, a sua volta, ha avuto un effetto di feedback sull'organizzazione del lavoro e dei tipi di impiego che si stanno creando nella società contemporanea.

L'ampliamento della forza lavoro ad alto reddito insieme alla nascita di nuove forme culturali ha portato a un processo di "gentrification"( sostituzione di vecchi abitanti a basso reddito con nuovi abitanti ad alto reddito) che, in ultima analisi, si regge sulla disponibilità di una vasta riserva di lavoratori a bassa retribuzione.
La gentrification ad alto reddito "funziona" ad uso intensivo di lavoro, in contrasto con la tipica periferia del ceto medio, la quale è invece un processo ad uso intensivo di capitale: tract-housing, costruzione di strade ed autostrade, dipendenza dall'automobile privata o dai treni per pendolari, forte utilizzo di ogni tipo di elettrodomestico e utensile per la casa, grandi centri commerciali con sviluppate pratiche di self-service. Direttamente o indirettamente la gentrification ad alto reddito sostituisce con i lavoratori molta di questa intensità di capitale. In modo analogo i residenti ad alto reddito della città dipendono da manutentori a pagamento in misura molto maggiore rispetto al ceto suburbano, con il suo input concentrato di macchine e lavoro familiare. Dietro le boutique ed i negozi di specialità gastronomiche che hanno sostituito molti dei grandi magazzini e supermercati self-service delle aree "centrali", vi è un'organizzazione di lavoro notevolmente diversa da quella presente nelle grandi aziende standardizzate (le grandi catene di distribuzione). Questa differenza nell'organizzazione del lavoro è evidente sia nella fase di vendita al dettaglio sia in quella di produzione. La gentrification ad alto reddito genera una domanda di beni e servizi spesso non provenienti dalla produzione in serie o non venduti nei punti vendita per la grande massa. La produzione su misura, le serie limitate, le specialità (i piatti di cibo raffinato!) sono prodotti con metodi ad uso intensivo di lavoro e venduti attraverso punti vendita di piccole dimensioni i quali forniscono un servizio completo. Il subappalto di una parte di questa produzione a operazioni a basso costo, anche a sweatshop (manifatture in cui il personale viene sfruttato) o a famiglie è una prassi. L'esito complessivo per l'offerta di lavoro e per la gamma di aziende coinvolte in questa produzione e distribuzione è alquanto diverso da quello che caratterizza le grandi catene, nelle quali prevale la produzione standardizzata. Ad esempio: gli ambienti della produzione in serie e della grande distribuzione facilitano la sindacalizzazione; non la facilitano invece i negozi di specialità o quelli di mobili di design.

Un'altra situazione che incrementa l'Informalizzazione in questo processo di gentrification ad alto reddito è il rapido aumento del volume di modifiche e di restauri edilizi o anche di nuove costruzioni di piccole dimensioni collegato alla trasformazione di molte aree urbane da "ambienti" a basso reddito, spesso degradati, in aree residenziali e commerciali a più alto reddito. Ciò che nelle aree periferiche o suburbane delle città potrebbe richiedere un massiccio programma di nuove costruzioni, può facilmente consistere nel ripristino di vecchie strutture nel caso delle aree urbane centrali, in cui con ogni probabilità si trarranno alti guadagni dai vecchi edifici restaurati. Il volume del lavoro, le sue dimensioni ridotte, il suo uso intensivo di manodopera e l'alto contenuto di competenze, la pressione del tempo e la natura a breve termine di ogni progetto, sono tutti elementi che portano ad una fortissima incidenza di lavoro informale.

L'aumento della popolazione a basso reddito ha contribuito anch'esso alla proliferazione di operazioni di piccole dimensioni ed all "spostamento" dalle grandi fabbriche standardizzate e dalle grandi catene di negozi, alle merci a basso prezzo. I bisogni di consumo della popolazione a basso reddito sono, in buona parte, soddisfatti da aziende di produzione e distribuzione di dimensioni ridotte, contano sulla manodopera familiare e spesso presentano standard sanitari e di sicurezza al di sotto della soglia minima. Per esempio, abbigliamento a basso prezzo, prodotto localmente in sweatshop, può reggere la concorrenza di importazioni a basso costo. Una crescente gamma di prodotti e servizi, dai mobili a basso costo realizzati negli scantinati, ai taxi abusivi, alle baby-sitter ed alle badanti, è disponibile per soddisfare la domanda della sempre più numerosa popolazione a basso reddito. L'inadeguata offerta di servizi e di beni da parte del settore "formale" contribuisce, da parte sua, ad incrementare i modi informali per assicurarsi tali beni e servizi. L'inadeguatezza può derivare da prezzi eccessivamente alti, dall'ubicazione dei fornitori formali in luoghi inaccessibili o difficili da raggiungere, oppure da una vera e propria mancanza di forniture. Sembra che tale inadeguatezza di forniture formali colpisca prevalentemente aree o individui a basso reddito.

L'esistenza di un raggruppamento di negozi informali può infine produrre economie di agglomerazione che attraggono altri imprenditori. Tale fenomeno è esemplificato nella comparsa, in quasi tutte le città globali, di quartieri di autoriparazioni, di quartieri di venditori ambulanti, raggruppamenti di fabbriche sia regolamentate sia informali in aree non riservate all'industria. Queste aree stanno emergendo tra le poche ubicazioni redditizie per un'attività di tal genere, vista l'aumentata domanda di spazio da parte di offerenti migliori. Le città, molto più regolamentate, di gran parte dell'Europa e del Giappone hanno mantenuto al minimo questi sviluppi in confronto agli Stati Uniti ed al resto del Mondo. Una volta che la città ha un insieme di aziende informali che utilizzano una molteplicità di offerte di mano d'opera, i costi di ingresso per i nuovi imprenditori sono più bassi e, dunque, ci può essere un fattore che produce l'ulteriore espansione dell'economia informale.
In tutte le grandi città tende anche ad esserci una proliferazione di piccole operazioni di servizi a basso costo, rese possibili dalla massiccia concentrazione di persone e dall'afflusso quotidiano di pendolari e turisti. Ciò tenderà a creare forti incentivi per l'avvio di tali operazioni, ma produrrà anche un'intensa concorrenza e rendimenti molto marginali. In una simile situazione il costo della manodopera diventa un aspetto fondamentale e contribuisce alla probabilità di un'alta concentrazione di posti di lavoro a basso salario. Questa tendenza è confermata da vari set di dati che dimostrano come ogni aumento percentuale, ad esempio, del numero di posti di lavoro nel campo della vendita al dettaglio produca nelle grandi aree metropolitane del nord globale, un aumento dello 0,8 per cento dei posti di lavoro al di sotto della soglia di povertà.

Avendo presente questo ampio panorama, possiamo ora chiederci quale sia allora il posto, all'interno di un'economia urbana avanzata, delle aziende e dei settori che sembrano arretrati o privi delle tecnologie avanzate e della base di capitale umano presenti invece nelle aziende leader. Queste aziende e questi settori sono superflui? E che dire dei tipi di lavoratori utilizzati da queste aziende? Come influisce tutto questo nei processi di urbanizzazione? Quale deve essere la "forma" della società contemporanea per soddisfare queste necessità? Ne parleremo nel prossimo capitolo che vi invieremo presto.


Saluti

MP